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RECENSIONI D'ARTE - ARITICOLI CRITICI

Spazio interattivo ove è possibile pubblicare recensioni inerenti una mostra di pittura già conclusa o il lavoro di un artista pittore. Puoi dunque pubblicare brevi saggi critici o articoli di Critici d'arte, ma tieni presente che ogni scritto deve essere attinente alla pittura. Clicca sul tasto INFO e poi su SCRIVI.


Data Inserimento: Wed, Mar 2, 2011 - 21:43:20

Evento N°: 33

Nome: paolo campidori

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Località: FIRENZE
JEAN LOUIS FORAIN E IL FIGLIOL PRODIGO


Jean Louis Forain, parigino, all'inizio della sua carriera artistica copia i dipinti dei grandi maestri del passato. Poi inizia il suo apprendistato presso un pittore che predilige i soggetti storici: Jacquesson de la Chevreuse. Nel 1853 inizia a frequentare l'Accademia di Belle Arti. Viene influenzato dalla pittura di Manet, Degas e dalla xilografia giapponese. E' rifiutato al Salon nel 1874. Partecipa però allo stesso in anni successivi su invito di Edgar Degas. Dal 1869, viene stimolato dalle opere grafiche di Goya, dalle opere di Daumier di soggetto sociale e da Rembrandt. L'attenzione alle opere grafiche di questi grandi maestri orienta la sua attività artistica sulla grafica anziché sulla pittura, che tuttavia non mette definitivamente da parte. Collabora con diversi giornali e diventa famoso per le sue caricature. Fonda due riviste "Le fifre" e "Psst". Nel 1892 pubblica le sue opere grafiche e dal 1899 fino agli ultimi anni della sua vita la sua opera artistica è orientata verso la realizzazione di litografie e acque forti con soggetti religiosi.
E' proprio una di queste sue ultime opere "Le retour de l'enfant prodige" che io mi accingo a commentare, sia l'opera che il racconto biblico. Nel catalogo "Dessins-Estampes" 1963 della casa d'aste francese "Paul Prouté et ses fis", sono raffigurate due acque-forti originali dello stesso Forain e dello stesso soggetto. Nella prima, una scena ad ampio respiro, c'è la raffigurazione in primo piano del padre che bacia la testa del figlio, mentre questi è in ginocchio con le mani sugli occhi per nascondere il suo pianto. Quasi sullo stesso piano si vedono un cappello e un bastone che il figlio ha abbandonato per strada alla vista del padre. Sullo sfondo si notano in lontananza due piccole case, inserite in una campagna solitaria, brulla, senza alberi, anzi con un piccolo alberello secco che spunta dal retro della casina. Nell'altra acquaforte , la scena si restringe, cioè viene focalizzata e "zoomata", in modo ché i personaggi risultano in primo piano ma non c'è più quall'ampiezza di respiro della prima acquaforte. A questo punto sarebbe bene precisare cos'è una acquaforte. La parola si compone di ‘acqua’ e ‘forte’ che secondo il linguaggio alchemico sarebbe l'acido nitrico, ottenuto per distillazione dal salnitro con l'argilla. Per eseguire un'acquaforte si spalma una tavoletta di vernice grassa (a base di cera), e sopra vi si disegna con una punta d’acciaio , in modo da intaccare questa vernice. Poi la lastra viene messa in un bagno di acquaforte (acido nitrico), in modo che l'acido corroda la lastra nei punti disegnati. Dopo aver tolto la vernice dalla lastra essa viene inchiostrata e poi pulita, lasciando le tracce di inchiostro negli scavi del disegno. Poi la lastra viene posta a contatto con un foglio sotto un torchio affinché con la pressione adeguata l'inchiostro dei solchi si trasferisca sul foglio.
Dicevamo che Jean Louis Forain non è solo incisore ma anche un bravo pittore.
Se potessi paragonare questo artista ad un nostro artista italiano sicuramente sceglierei Adriano Cecioni. Entrambi pittori, caricaturisti, critici artistici e non solo.
(Cecioni era anche scultore, mentre Forain non praticava questa attività artistica)
Guardando una pittura di Forain al "Café de la Nouvelle Athène" al Cabinet des Dessins del Museo del Louvre, sembra di vedere una delle caricature di Cecioni quando ritrae i colleghi artisti al "Caffè Michelangelo" a Firenze (ritrovo non solo di artisti, ma anche di letterati, poeti, ecc.) vestiti goffamente, in pose annoiate e con lunghi cappelli tipici dell'epoca. Solo un particolare: Cecioni aveva dipinto quelle caricature molto tempo prima di Forain. In altre pitture come "un palco all'opera, 1880" del Fogg Museum di Cambridge (Mass.), il dipinto non nasconde una certa affinità con la pittura di Degas, bisogna però ammettere che l'originalità del pittore si vede, specialmente nel tratto del pennello, e nella indefinitezza dei personaggi e dei contorni, che fanno pensare alle acqueforti.
Un altro bel quadro di Forain è "Alle corse dei cavalli", 1890 che si trova a Mosca al Museo Puskin, anche qui il parallelo con Degas è evidente.
Il racconto biblico o parabola "Il figliol prodigo" è di una bellezza indescrivibile. Parabola deriva dal greco e significa "un discorso a forma di racconto che serve di comparazione e di esempio a un fine morale". In virtù di questo Gesù oggi avrebbe detto "figlio spendaccione o scialacquatore" per facilitare la comprensione. E' il racconto, forse vero, forse inventato, di un uomo che aveva due figli. Uno di questi un giorno disse al padre: "Padre dammi la parte dei beni che mi spetta". Il padre che era un uomo che amava il prossimo e in modo particolare i propri figli, tralasciando di amare troppo se stesso, divise i beni dette, una parte al figlio, e questi partì per il suo destino. Ma siccome era uno spendaccione, uno con le mani bucate, presto rimase senza un soldo. Si ridusse a badare i porci e a ripensare alla vita agiata che faceva quando era presso suo padre. Allora decise di tornare dicendo al padre: “Padre, ho peccato contro il cielo e in faccia a te; non son più degno di essere chiamato tuo figlio". La titubanza del figlio nel pensare di non essere riaccettato dal padre svanisce quando questi ordina ai suoi servi di uccidere il vitello più grasso e di preparare i banchetti, poiché, disse il padre, “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto e si è ritrovato”. La parabola ci vuole insegnare che un figlio ritrovato è per nostro Signore come un peccatore che si converte.
Paolo Campidori, Copyright
paolo.campidori@tin.it
www.paolocampidori.eu
Bibliografia:
F. Walther - Impressionismo, Taschen, Koln 2008;
Cataloghi "dessins-Estampes" Paul Prouté et ses fils" 1963-64
Nuova enciclopedia dell'Arte Garzanti - Milano 1986
La Sacra Bibbia - Traduzione dai testi originali di Mons. Fulvio Nardoni - LEF Firenze, 1960
M. masciotta - Dizionario dei termini artistici - Le Monnier, Firenze 1969



Data Inserimento: Wed, Mar 2, 2011 - 09:33:56

Evento N°: 32

Nome: Vincenza Fava

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Località: VITERBO
Stefania Marchionni: quando la pittura si fa sublimazione dell’esistenza attraverso la poesia dei colori.

Si è conclusa mercoledì 23 febbraio la personale della pittrice Stefania Marchionni al Palazzo Ranucci di Tuscania, una splendida ed incantevole cornice per le opere dell’artista. Iniziata il 23 gennaio scorso, la mostra ha avuto un notevole riscontro di pubblico. I quadri della Marchionni sono il risultato di una ricerca interiore, di un viaggio all’interno della mente e delle emozioni sensibili. Che cosa sarebbero l’uomo e la donna, se non riuscissero a porsi domande, a mettere in dubbio le futili e quotidiane certezze acquisite? Non potrebbero nemmeno crearsi un giardino, una siepe o un muro per poter guardare oltre e trovare una risposta trascendentale alla condizione dell’esistere. Stefania Marchionni, come artista e come donna, si pone continuamente in discussione, riflette sulla società e sulla vita contemporanea, sempre gettando uno sguardo in alto, verso un’imprevedibile divinità. L’imponderabile e l’inconoscibile attraggono l’artista, la quale, attraverso le sue opere pittoriche, scruta il proprio comportamento e l’attitudine altrui per trovare una risposta ad una inquietudine che assume metaforicamente la forma di volti, per la maggior parte femminili. Di qui, esseri umani chiusi nel proprio ego, annegati in un fondo nero, tenebroso e luminoso ad un tempo; egoismo ed ipocrisia trascinano la mente e l’animo umano in un vortice inconsapevole che ottenebra la visione di un amore e di un sentimento emotivo possibile. Passioni ed affetti si materializzano in ali d’angelo, metafora dell’amore divino che accomuna tutti gli uomini, incatenati alla realtà misera dell’odio percepito come amore capovolto. Eppure, anche i sentimenti negativi restano pur sempre sostanza di cui nutrirsi, non cadono nel silenzio dell’indifferenza e della disperazione, ci donano una speranza, una possibilità di riscatto e soprattutto di libertà. Stefania Marchionni è un’artista emancipata, una femminista “sui generis” quando pone la donna a origine dell’esistenza. Il femminino nei suoi quadri balza subito agli occhi dell’osservatore attento. I giganteschi e sensuali, volti femminili, rispetto a quelli maschili, ci suggeriscono una predominanza dei sensi muliebri; la donna avverte, così come l’artista stessa, sensazioni variegate e sfumature impercettibili alla maggior parte degli uomini. Stefania Marchionni è profondamente immersa dentro i suoi quadri, tanto da poter considerare quest’ultimi una summa autobiografica cui far riferimento, per approfondire e dare spiegazioni alla propria esperienza terrena. L’artista non disdegna la Natura, anzi la amalgama, attraverso un uso sapiente dei colori, allo spirito e alla mente umana. Di qui, il suo innato meta-psicologismo, i suoi tentativi di analizzare i comportamenti umani per poter poi approdare sensibilmente, e non razionalmente, alla soglia di un Oltre mistico. L’apparente contraddizione di ragione e sentimento, si risolve nel momento in cui le opere dell’artista riescono a donarci la sensazione di un Uno primigenio che fluisce e scioglie le catene dei più terreni, ma necessari, sentimenti umani. Basti osservare uno dei suoi ultimi lavori “La Mano di Dio”, un’opera nata dall’osservazione della gigantesca nebulosa, immortalata qualche tempo fa dal telescopio orbitante Chandra. La nube di gas, lontana 150 anni luce, sembra una grande mano rivolta verso l’infinito. Tuttavia, la Marchionni ha saputo ritrarre, partendo dalla Mano di Dio, un grande volto, simile al volto di Cristo. Un Cristo desolato, con la corona di spine in testa; il Figlio di Dio guarda malinconicamente il nostro mondo. Malinconia e tristezza che fanno parte di un progetto artistico ed umano singolare, ma comune ad ogni raffinato tentativo di sublimare l’esistenza umana attraverso la poesia dei colori. Natura e scienza, misticismo e ragione, vanno di pari passo nel lungo percorso esistenziale, sembrano suggerirci i quadri dell’artista, che approda quasi sempre ad una soluzione interiore, ad un senso di piacevole leggerezza mistica, dopo essere passata attraverso l’inquietudine rigenerante dell’essere.



Data Inserimento: Sun, Jan 9, 2011 - 18:55:42

Evento N°: 31

Nome: Enzo Leone

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Località: GENOVA
ENZO LEONE
Galleria d'Arte IL GRATTACIELO
Genova

La Galleria d'Arte "Il Grattacielo" di Genova, ha ospitato, dal 10 al 29 gennaio 2010, la mostra personale di Enzo Leone, pittore di origine siciliana che si è però formato in questa città, dove ha anche seguito i corsi dell'Accademia Ligustica di Belle Arti.
Artista eminentemente figurativo, pur velando i suoi quadri con pennellate di stile impressionistico, trae ispirazione essenziamente dalla natura, dalle scene di vita agreste e d'ambiente. Suggestivi scorci della Liguria e dell'indimenticata terra di Sardegna (dove ha soggiornato per diversi anni) sono raffigurati con una dolce veemenza che carica i meravigliosi colori naturali di tonalità calde, compatte, pastose.
Ogni tanto riaffiora il ricordo nostalgico della sua lontana Sicilia, i cui paesi sembrano raccontare quotidianità vissute all'insegna della semplicità, palpitanti di umanità vera. Si sente un pulsare di sentimenti profondi e puliti, gli stessi sentimenti che affiorano nelle sue figure di gente semplice, che si muovono in dimensioni cariche di calore e di intimità.
Enzo Leone consacra i valori assoluti della famiglia, del laborioso e onesto lavoro quotidiano. La pennellata, vigorosa e densa, non delinia le forme, ma le accenna realizzando più l'effetto d'insieme che non distraendosi nella ricerca oculata del particolare. I risultati si concretizzano in atmosfere che coinvolgono al primo sguardo, che narrano al primo tentativo di interpretazione, alieni dai pesanti fardelli di introspezioni psicologiche e di interrogativi drammatici.
Un modo di dipingere che vuole rievocare la bellezza e la pace di un quieto paesaggio marino, l'armonia e la serenità di un angolo di vita tranquilla al di fuori di ansie e di incertezze.
L'appuntamento genovese dell'artista ha coronato una nutrita serie di successi, testificati dalla partecipazione a numerose mostre in differenti città italiane e dal conseguimento di altrettanti riconoscimenti.
Laura Pescatori

(dal periodico mensile di informazione e attualità IL PROGRESSO Anno XVII N.2 Febbraio 1987)


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