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RECENSIONI D'ARTE - ARITICOLI CRITICI

Spazio interattivo ove è possibile pubblicare recensioni inerenti una mostra di pittura già conclusa o il lavoro di un artista pittore. Puoi dunque pubblicare brevi saggi critici o articoli di Critici d'arte, ma tieni presente che ogni scritto deve essere attinente alla pittura. Clicca sul tasto INFO e poi su SCRIVI.


Data Inserimento: Tue, Mar 29, 2011 - 10:55:32

Evento N°: 37

Nome: Giancarlo Martelli

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Località: NOVARA

Sulla pittura di Giancarlo Martelli Eliana Frontini scrive:
Le opere di Martelli si inseriscono in diverse categorie dll'arte contemporanea.tuuttavia il pittore ha sempre cercato una strada autonoma rispetto a questi movimenti, come il cubismo ed il fauvismo. Nelle opere di Martelli, più tardo solo in apparenza astratte, la simbologia è ricca e complessa, come nel mazzo di una cartomante. PENSO AL CICLO: "SCOMPOSIZIONE RICOMPOSIZIONE", IN CUI DIVERSI LAVORI ("FANTASIA POLITTICO" ) MI RICORDANO LE OPERE DI CHAGALL, soprattutto le vetrate: i colori sono tutti legati in un'armonia che ne costituisce il segreto e la loro inimitabile poesia. Martelli riesce a comunicare felicità e ottimismo tramite la scelta dei colori, vivaci e brillanti. Il suo mondo è colorato, proprio come se fosse visto attraverso una vetrata.... Ma la parte più attraente del lavoro di Martelli è, a mio avviso, da ricercare negli "Uomoni di carta". In questi lavori emerge l'elemento ludico, le carte da gioco, che sono indubbiamente diventate la cifra stilistica del nostro autore: Il compito del prestigiatore è quello di creare l'illusione di un accadimento magico nella mente dello spettatore. Lo scopo solitamente è quello di intrattenere il pubblico, generando sentimenti di meraviglia. COSì GLI "UOMINI DI CARTA" CREANO SULLA TELA LUOGHI PROTETTIVI, COME PRIVATI PALCOSCENICI caratterizzati da un bel rigore compositivo. I ritagli divengono strutture regolari di elementi segnici, combinati a formare incastri sempre ambivalenti tra sogno e realtà. E' proprio quest'ultima parte della produzione di Martelli che può essere a mio avviso letta come un "Umanesimo contemporaneo" che si nutre di immaginazione, dialogando con la modernità...



Data Inserimento: Wed, Mar 2, 2011 - 21:55:46

Evento N°: 36

Nome: paolo campidori

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Località: FIRENZE
AMALIA CIARDI DUPRE' AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI FIESOLE: “THURAN E IL MISTERO ETRUSCO”

Una mostra interessantissima è stata allestita da prima delle festività matalizie sul Colle di Fiesole, colle, già sede di una antichissima città etrusca, Visul, che ha scelto, per propria insegna, la “luna etrusca”, (falce di luna posta in orizzontale) che rappresentava la divinità per eccellenza, Sin (pron. Scin), la dea dell’amore e della fertilità. Bene ha fatto dunque Amallia Ciardi Duprè a scegliere, per questa sua mostra, il colle fiesolano e, il locale Museo Archeologico; uno scrigno, quest’ultimo, di importanti reperti archeologici. Conoscevo l’arte di Amalia Ciardi Dupré per aver visitato, alcuni anni fa, il suo importante lavoro decorativo- scultoreo nella chiesa di San Lorenzo a Vincigliata, a breve distanza da Fiesole. Ricordo, inoltre, le opere di Giovanni Dupré (nonno dell’artista) per aver passato un periodo abbastanza lungo (circa tre anni e mezzo) presso la segreteria della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, e per aver avuto ogni giorno, sotto gli occhi, i famosissimi quadri dei “Macchiaioli” e le sculture degli Ottocenti famosi, come appunto, come ho già detto, Giovanni Dupré, e, in modo particolare il suo “Abele morente”. Due brevissimi accenni biografici di questa artista.
Amalia Ciardi Duprè è stata insignita del premio Fiorino d’oro alla XXIII Edizione Premio Firenze ed ha partecipato a molte rassegne e concorsi. Ha insegnato al Liceo Artistico di Firenze e il rinomato Istituto d’arte di Porta Romana. Per altri approfondimenti sulla biografia rimando il lettore al catalogo della mostra, disponibile presso il book-office del Museo. La mostra di Fiesole è intitolata “Thuran e il Mistero Etrusco”, il cui tema mitologico si riferisce della religione orientale degli Etruschi, con partcolare riferimento a Turan. Per sapere chi era la dea in questione per gli Etruschi, rimando il lettore al Dizionario della Lingue Etrusca del Pittau (1) “Turan. Afrodite, Venere, col significato di “colei che dona” oppure da confrontare con il greco Tyrhannos “signore”, privo però di etimologia”. Dunque Thuran l’equivalente di Afrodite e Venere.
Mi sembrerebbe fin troppo scontato dire che la mostra si inquadri bene nel contesto del Museo Etrusco di Fiesole. Forse c’è da aggiungere qualcosa di più e cioè: la mostra di AmaliaCiardi Duprè dà un senso logico, laddove è possibile, alle statuette votive in bronzo (fra queste gli ex-voto); alle urne con la raffigurazione delle storie che descrivono il “viaggio agli inferi” (2) delle anime; ai famosi ‘cippi fiesolani’; ai vari utensili usati per la cerimonie religiose, ecc. Inoltre, mi sembra che in questa mostra l’artista, più che in qualsiasi altra occasione (e mi riferisco in particolare, al ciclo scultoreo di Vincigliata), esprima il meglio di sé, esprima cioè la voglia di “descrivere” la religiosità degli Etruschi, spaziando in libertà nel loro mondo, libera da ogni costrizione e da ogni tabù; elementi questi che spesso frenano il libero pensiero artistico. E allora vedi in questi personaggi, in questi “demoni”, ma anche nelle belle e accattivanti “veneri”, un’arte che, con sincerità e realismo, affronta temi talvolta scabrosi e “pruriginosi” come l’amore, la seduzione, il vizio e anche la morte.Non possiamo, ad esempio, non rimanere colpiti da “Aita e Pherspnai” (Ade e Persofone) dove la dea è rappresentata con una pelle di lupo che gli copre la testa mentre impugna uno scettro sul quale è attorcigliato un serpente. Tutto ciò è fortemente allusivo al peccato, del quale erano consapevoli e spesso angosciati gli ebrei e, con loro, tanti popoli di origine semita. La mostra per le sue implicazioni di carattere mitologico e archeologico, potrebbe, a prima vista, sembrare di diffcile comprensione, per i temi trattati. In realtà, l’efficacia e l’immediatezza con la quale Amalia Ciardi Duprè raffigura i suoi personaggi, rende tale mostra facile alla comprensione, e ottiene, anche se non fosse stato cercato e voluto, l’effetto lodevole di essere una una mostra didattico-culturale. Bene ha fatto il direttore del Museo, Dr. Marco de Marco, ad inserire nella sala superiore della l’opera-simbolo del Museo, il cosiddetto “Lupo di Fiesole”. E’ questa un’opera pervenutaci, mutilata, ma della quale rimane una parte considerevole, che ci permette di paragonarla alle maggiori
opere plastiche di tale tipo, che si rifanno all’arte greco-etrusca. La scultura bronzea, sembra essere stata fusa, interamente in un solo pezzo, come era d’uso presso gli Etruschi, con il metodo a “cera persa”. E’ possibile vedere ancora all’interno della stessa il materiale usato per il “riempimento”; materiale che poi è stato etratto dall’involucro in bronzo della statua.
La mostra e, con essa il Museo Archeologico, meritano una visita accurata. I segreti, e per lo più i segreti etruschi, sono sempre meritevoli di attenzione; anche in questa occasione.



Paolo Campidori
paolo.campidori@tin.it

(1) Massimo Pittau – Dizionario della lingua etrusca – Libreria Editrice Dessì – Sassari, 2005
(2) Qui la parola ha il significato di “aldilà



Data Inserimento: Wed, Mar 2, 2011 - 21:54:11

Evento N°: 35

Nome: paolo campidori

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Località: FIRENZE
I MIEI RICORDI LEGATI AD UNA MOSTRA DI MAGNELLI ALLA GALLERIA D’ARTE MODERNA DI PALAZZO PITTI

Alcuni ricordi di gioventù mi legano indissolubilmente alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, dove fui inviato nella Segreteria del Museo, il più importante del mondo per le collezioni dei Macchiaioli, allora sotto la direzione della Dr.ssa Alessandra Pinto, una romana, che però aveva trovato a Firenze la sua seconda patria. La Dr.ssa Pinto era un personaggio particolare, molto meticolosa nello scrivere, di idee socialisteggianti, ed era molto amica del Prof. Luciano Berti, allora Soprintendente Reggente della Soprintendenza, allora detta, “alle Gallerie” (ovviamente si trattava delle gallerie statali che raccoglievano le maggiori opere d’arte, non le gallerie autostradali). Ricordo che la Direttrice, poi diventata Direttrice della GAM di Roma, nell’avvicinarsi alla vernice delle mostre, dimagriva, diventava pallida, pallida. Un giorno – mi disse – avrò la pressione a 30. Smetteva di mangiare o mangiava pochissimo e si dedicava tutta allo studio. Quando arrivava in ufficio alla Galleria d’Arte Moderna, dopo essere passata dalla Soprintendenza di Via della Ninna, mi consegnava una sfilata di telefonate da fare, e stava sempre al telefono, ininterrottamente. Ricordo che arrivavamo tre giorni prima della vernice, in questo caso della Mostra di Alberto Magnelli, che ancora, di concreto non era stato fatto niente, solo le bozze del Catalogo. Poi gli ultimi due giorni, il lavoro diventava frenetico, si lavorava il pomeriggio e, nella vigilia, anche di notte. Due o tre giorni prima arrivavano i quadri dalle Gallerie statati straniere, e c’era un via vai di corrieri, di spedizionieri, di imballatori, tappezzieri, fiorai, ispettori, direttori, sembrava di dover assistere ad una delle sfilate di moda, che pure c’erano a Palazzo Pitti nella Sala Bianca. Il pomeriggio precedente la vernice tutto diventava frenetico e anche la Direttice, magrolina, magrolina dava i primi segni di nervosismo. “No, no, non così codesto quadro va spostato più in alto, deve avere più luce” oppure “non mi piace questa o quella tappezzeria”, insomma era un ritmo indiavolato. Quando i quadri, poi cominciavano ad essere sistemati nella posizione giusta con quel puntiglio che era cartateristico di Sandra Pinto, tutti cominciavano a rilassarsi un po’. Finalmente, dopo una notte passata in bianco tutto era in ordine, tutto era come l’aveva immaginato la Direttice. Poi in mattinata arrivava dalla Tipografia il sospirato catalogo “tirato a nuovo” che sapeva di stampa fresca e Alessandra lo guardava, tutta orgogliosa, ma attenta a che non ci fosse neppur il minimo errore.
La mostra che fu inaugurata da noi a Pitti si chiamava “Magnelli nelle collezioni della Galleria d’Arte Moderna di palazzo Pitti”. Ormai, nessuno chiamava più questo artista fiorentino, naturalizzato francese, Magnelli, ma tanto ci eravamo calati nella parte che ognuno di noi lo chiamava Magnellì ( con la i accentata alla Francese). Tutti erano in ansia, in apprensione poiché doveva arrivare Susi Magnelli, la vedova del pittore che era di origine francese. Quando arrivarono tutte le personalità (ne partecipava molte a queste Mostre) arrivò anche Susi Magnelli, una signora di una certe età, sorridente, gentile, per niente arrogante. Io fui molto contendo di ricevere da lei una copia del catalogo con una sua dedica.
Magnelli era uomo di mondo, veniva da una famiglia borghese fiorentina e in pittura era autodidatta. Nacque a Firenze nel 1888, proprio nel centro storico, nella casa del nonno, vicino al Battistero. Ogni estate si recava in vacanza negli Appennini Toscani; suppongo che si tratti della Futa o della Raticosa, non lo so ma farò delle ricerche in merito. Verso il 1910 dipinge i primi due dipinti importanti della sua carriera “Neve” e “Ritratto di mia madre”. Nel 1911-12 frequenta il gruppo dei Futuristi. Diventa amico di Papini, Soffici, Prezzolini, Boccioni, Marinetti, Carrà, ecc. tutti artisti che si riconoscono nella Rivista ‘La Voce’, che presto diventerà ‘L’Acerba’. Nel 1914 con Palazzeschi compie un viaggio a Parigi. Qui Magnelli frequenta artisti come Picasso, Léger, Max Jacob. Di Picasso diventa amico. Incontra anche De Chirico, Gris Archipenko. Magnelli viene attratto dalle opere di Picasso ed acquista una sua opera e una scultura di Archipenko. Fu Apollinaire a convincerlo di rimanere a Parigi e a trovare casa in questa grande città d’arte. Ancora Magnelli, non ha trovato la propria identità artistica. Con il periodo bellico 1918, dipinge ‘Esplosioni liriche’ con chiaro riferimento al periodo. Viaggia in Germania, Svizzera, Austria, dove esegue tantissimi disegni di paesaggi. Torna a Firenze nel 1921 per fare una mostra alla Galleria Materassi in Via Cavour. Partecipa poi a varie mostre a Londra. Dell’anno 1927 è il dipinto ‘Il piano di Rosìa’, una dei dipinti più belli dell’artista fioretino-francese. Nel 1930 un’altra mostra a Firenze, alla Galleria Bellenghi, con i idpinti ‘La ragazza della montagna, Il Veliero, ecc. Verso il 1931 si conclude il suo periodo figurativo. Ma è solo nel 1931 che si stabilisce definitivamente a Parigi. Nel 1934 conosce a Parigi la donna che sarà più tardi sua moglie, Susi Gerson. Nel 1935, dopo un altro breve periodo figurativo, comincia a sviluppare la propria arte ‘astratta’ basata sulla costruzione dello spazio plastico, che si organizza in maniera rigorosa e si materializza grazie alle corrispondenze di segno e colore. Ormai la sua vita artistica si fa frenetica, partecipa a molte mostre in Francia e fuori della Francia, perfino in Giappone, Brasile, Inghilterra. Nel 1958 riceve il premio Guggenheim per l’Italia ed espone per un anno al Museo G. Museum di New York. E’ poi la volta poi della Biennale di Venezia, Essen in Germania, Zurigo. Ormai Magnelli è nell’olimpo dei grandi artisti mondiali. Nel 1968 Magnelli festeggia i suoi 80 anni. Torna con alcune sue mostre in Italia a Milano, alla Galleria San Fedele nel 1969, Roma nel 1970. Muore la sera del 20 aprile 1971, all’età di 82 anni e sepolto nel cimitero di Meudon (Francia). Secondo i suoi desideri quindici sue opere vengono da lui lasciate alla sua amata città natale Firenze, opere che verranno destinate alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, dove si possono ammirare e apprezzare.


Paolo Campidori
Fiesole, 21 luglio 2010
© Paolo Campidori


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