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Claus Soraperra, lo spazio femminile dell'arte

Claus Soraperra, lo spazio femminile dell'arte. L'arte dell'artista ladino, raccontata dal critico d'arte Federica Giobbe






Articolo del Critico d'Arte Dott.ssa Federica Giobbe Il critico d'arte Federica Giobbe

“Lo spazio femminile dell’arte di Claus Soraperra”

L’artista Claus Soraperra parla un codice universale, proponendo linguaggi artistici e socioculturali che si fondono in una visione allargata, transazionale dell’arte, superando dogmi e barriere spazio-temporali ed erigendo un maestoso monumento alla libertà delle menti e della conoscenza.

Claus Soraperra, artista di Canazei ha sempre saputo mettere in comunicazione realtà diverse nel tempo e nello spazio. Entrare in contatto con la sua arte, vuol dire aprire un varco nella memoria storica e culturale che trova le sue origini nel cuore delle Dolomiti, in una valle antica quanto affascinante come quella di Fassa. Vuol dire entrare in punta di piedi in una realtà lontana, resa contemporanea grazie all’ausilio di linguaggi innovativi, diversi, iniziando un lungo viaggio senza mete previste, quel viaggio intrapreso da chi non si accontenta di guardare, ma conscio del proprio ruolo artistico, si appropria del suo senso identitario per ricavarne sensazioni nuove, originali ed andare oltre la naturale visione del mondo e della propria Heimat.
MSS-mother, opera di Claus Soraperra Anche ad un’epidermica osservazione, l’arte di Soraperra rivela la presenza di un “imprintig figurativista” che si esprime non solo tramite l’osservazione e l’uso presente ed acceso dei colori; ma soprattutto attraverso quell’eredità pittorica di suo padre, il ritrattista e paesaggista Virgilio Soraperra; e da un’infanzia trascorsa in quell’incredibile colorificio naturale che sono le Dolomiti, tra la roccia e la polvere. E poi la voglia di volare alto, andare oltre, come un’aquila tra le alte vette, discostandosi con rispetto da una tradizione che non lo ha mai abbandonato veramente.
Self-evolution, opera di Claus SoraperraLe ultime opere proposte da Soraperra, vanno incontro a questo mutamento, dove il collage perde di significato primario, facendo riemergere personaggi e ambienti passati e futuri. Un vero ponte emotivo tra ciò che si era e ciò che si è oggi. La sua metamorfosi ha preso forma attraverso il vivo interesse per la figurazione femminile. In“Self Evolution”, una mostra personale svoltasi presso la Galleria d’Arte Contemporanea Ufofabrik di Moena (TN) dove Soraperra sconvolse il pubblico, esponendo immagini di donne forti, “mascoline”, quasi androgine; spontaneamente provocatorie, sensuali e fredde allo stesso tempo, vere e proprie portatrici di vita e di morte. Un’epifania di quell’interiorità del caos che cerca un’ordinata logicità rappresentativa, una chiarezza espressiva che possa placare l’angoscia dell’animo e dia nuove ali alla creatività. Pur mantenendo suggestioni passate, (dove l’utilizzo del formato di grandi dimensioni ricorda quello dei murales e dei dipinti del padre); l’artista dell’alta Fassa sperimenta nuovi mezzi espressivi e nuovi linguaggi dell’arte lavorando su supporti di polistirolo: un materiale moderno, leggero e maneggevole, che offre la possibilità di creare delle opere/sculture fruibili da tutti. “Utilizzare una tecnica che proviene dalla tradizione che mi ha visto crescere, farne uno strumento espressivo attuale; cambiare i contenuti usando sempre il gesto, ormai consolidato nella storia che noi conteniamo … questo è il mio mezzo, il fine del mio lavoro sempre “in evolution”. Una serie di donne, dunque, permeate da una forte valenza evocativa: dove il volto, di cui lo sguardo è nascosto ed occultato, diviene un elemento secondario, come avviene per le donne sensualmente allungate di Amedeo Modigliani. Modigliani, infatti, credeva che gli occhi fossero lo specchio dell’anima, e che nessuno potesse arrivare a conoscere veramente la sua essenza, tanto meno dipingerla su una tela. Sulla scia di questo monito, Soraperra ritrae donne con occhi nascosti sotto una folta capigliatura o dietro spessi occhiali da sole, caschi e strani copricapo.
Self evolution nero, opera di Claus SoraperraDegna considerazione meritano poi le pose, i corpi nudi e scarni che si sostituiscono al linguaggio non verbale dove, in una società silente come la nostra, fatta più di gesti ed atteggiamenti che di parole e sguardi, il corpo diviene un’icona che fa da ponte fra noi e il mondo. E proprio qui, tra questo mondo in bilico tra realtà e società, forme mimiche ricorrenti del volto e delle mani grandi e rigide come ventagli aperti, rievocano i corpi contorti dell’espressionismo viennese. Come nelle opere di Egon Schiele, “l'Io dell'artista emerge e si ferma nelle mani contorte.” Le mani per Claus sono un elemento importante, un luogo d’incontro privilegiato da dove l'artista fa emergere i propri stati d'animo, quell’ossessività per un “fare” che è anche il mezzo con cui crea la dimensione trasognata ed accorta della sua espressività stilistica. L'arte di Claus è un continuo interrogarsi, su come la cultura ladina dei suoi conterranei si stia trasformando in “Ladinismo”; ovvero di come essa rischi di esser travolta da un processo di massificazione di facciata che possa portare alla deriva. Gli interventi sulle immagini modificano il passato, rendendolo attuale. Questo processo, che è sintomo interiore di cambiamento, coinvolgerà anche le sue opere attuali, ricreando una certa “tridimensionalità bidimensionale” che sconvolge e coinvolge. Ne sono un chiaro esempio le opere proposte per questo memoriale: vere e proprie gigantografie di fotocollages trasferite su supporto digitale, dove lo sdoppiamento dei personaggi e gli interventi cromatici si fondono con l’aggiunta risolutiva di oggetti reali, del vivere quotidiano. Un intervento innaturale che si innesta tra immagine e realtà, spazio e prospettiva, come per le opere di David Hockney. Nei collage fotografici di Hockney, infatti, ambienti, oggetti e figure della vita quotidiana assumono un nuovo senso plastico avvalendosi della tecnologia degli anni 70 (fax, laser, stampe e copie a colori).
Dall’altra parte, Soraperra denuncia un figurativismo semplificato, che mette criticamente in luce, seppur con ironia, la situazione artificiosa, falsamente felice che la società “del benessere” e della pubblicità impone e contrabbanda. Come Hockney, Soraperra ha dunque la facoltà di cambiare rotta, rinnovarsi, di sperimentarsi in linguaggi nuovi con quel suo amore e quella sua tipica capacità di raccontare tutto senza dire tutto, che lo rendono un artista assolutamente moderno.

Ma quali suggestioni o intuizioni hanno portato oggi Claus Soraperra a voler "andare oltre" la ricca tradizione dalla quale proviene e cercare così nuove dimensioni contemporanee dell'arte?
                                              Lui stesso ci risponde in una piccola intervista:
“Quando sono ritornato da Venezia, fresco dell’esperienza all’Accademia, per un decennio ho dipinto cercando di “tradire” la tradizione, cercando di prenderne le distanze, questo inevitabilmente mi allontanava non solo dalla tradizione, ma anche dalla gente, da questa piccola società radicata da millenni nelle Dolomiti. Non è stato facile inizialmente riuscire a trovare la direzione giusta, ma la svolta è arrivata progressivamente, lavorando giorno per giorno, cercando di essere me stesso, di sentirmi cittadino del mondo, lasciandomi contaminare dal contemporaneo e cercando di vivere non come uomo dolomitico ma come uomo del mondo.

La tua metamorfosi artistica, ad un certo punto, ha preso forma attraverso un vivo interesse per la figurazione femminile. In realtà cosa si cela veramente dietro quei volti nascosti e quei corpi pieni di fisicità dalle sembianze femminili?
Ciò che voglio costantemente rappresentare è l’essere umano, spesso la donna, la madre. Le mie figure vogliono immedesimarsi nell’osservatore, vogliono dare una descrizione emozionale dell’uomo. La ricerca non è casuale, ma aspira a scindere la persona dal contesto sociale proponendone una lettura individuale ed intima. I volti, spesso coperti, impediscono volutamente la descrizione dell’identità personale della figura, spesso sostituita con dei codici criptici. Il fatto che gran parte delle mie figure indossino dei caschi è per proteggere il pensiero umano, la potenza dell’idea che oggi dobbiamo assolutamente difendere. Per quanto riguarda l’uso dei materiali, si tratta solo di essere contemporanei non solo nella forma, nei contenuti, nel colore e nei soggetti, ma anche nei materiali e negli strumenti.

Dopo la partecipazione a numerose mostre e rappresentazioni artistiche degli ultimi anni, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
“Ho sempre creduto che non sono le persone a scegliere cosa fare, ma è il mondo a scegliere le persone di cui ha bisogno ...”.
                                                                               Federica Giobbe